La protesi di ginocchio ed il ritorno allo sport: realtà od utopia?

L’indicazione alla protesi di ginocchio negli anni ’80 e ’90 era essenzialmente basata sulla sintomatologia algica, in altre parole l’impianto di una protesi aveva come precipuo scopo la riduzione della sensazione algica sofferta dal paziente in seguito alla grave gonartrosi di cui era portatore. All’epoca praticamente nessun chirurgo ortopedico consigliava al paziente il ritorno all’attività sportiva (Lo Presti, 2011).

Già all’inizio del terzo millennio le richieste del paziente erano cambiate, oltre all’ovvia richiesta della risoluzione della sintomatologia dolorosa, si pretendeva il ritorno ad una soddisfacente funzionalità articolare. Oggi le richieste del paziente sono nuovamente aumentate, al di là della risoluzione del dolore e del ripristino della piena funzionalità articolare, viene posta, con sempre maggior frequenza, la richiesta del ritorno all’attività sportiva. Molto spesso tale richiesta riguarda lo stesso sport praticato in precedenza e l’aspirazione, ovviamente, è quella di ritornare, se non allo stesso livello di pratica, perlomeno al raggiungimento di una condizione molto simile. Ma questa rappresenta un’aspirazione plausibile, o meglio, in quali termini è ragionevole poter pensare che lo sia? Vediamo in questa nostra breve e semplice disamina di poter dare un’onesta ed obiettiva risposta alle aspettative di chi, costretto alla protesizzazione, non vuole comunque rinunciare alla pratica sportiva.

I diversi tipi di protesi

La sostituzione protesica del ginocchio trova la sua indicazione in tutti i tipi di gonartrosi, primarie e secondarie, nel momento in cui il trattamento di tipo conservativo – basato su infiltrazioni intra- articolari di acido ialuronico, FKT, riequilibrio posturale ecc…- non riesce più a controllare la sintomatologia algica del paziente e, conseguentemente, la funzionalità dell’articolazione è seriamente ed irrimediabilmente compromessa. Ma non solo le gonartrosi possono richiedere la realizzazione di un impianto protesico, molto spesso anche le artriti, in special modo l’artrite reumatoide e la condrocalcinosi, se l’articolazione e danneggiata in modo irreversibile, possono richiedere un intervento di protesizzazione, Attualmente esistono sul mercato numerosi tipi di protesi: monocompartimentali, bicompartimentali, tricompartimentali…. ma per ciò che riguarda la possibilità di ritorno ad un attività sportiva inizieremo con il prendere in considerazione il tipo di protesi che sembra in grado di consentire maggiormente tale obiettivo, ossia la protesi monocompartimentale. La protesi monocompartimentale (PM) rappresenta la scelta d’elezione per ginocchia che presentino un danno che sia limitato ad un solo compartimento articolare1, molto più frequentemente rappresentato da quello mediale. L ’indicazio ne di una PM, o ltre all’ovvia indicazione di artrosi monocompartimentale, dipende anche perlomeno da altre quattro ulteriori tipi d’indicazione (Bertani e coll., 2008; Schindler e coll., 2010)

L’articolazione del ginocchio è composta da tre compartimenti articolari: mediale, laterale e femoro rotuleo.

  • Un Body Mass Index del paziente nella norma (in altre parole il paziente deve essere normopeso)
  • Debbono essere riscontrabili solo lievi deviazioni assiali
  • Il ginocchio deve presentare un buon range di mobilità articolare
  • L’articolazione deve presentare una buona stabilità legamento

I vantaggi connessi all’impianto di una PM possono essere così schematicamente riassunti:

  • Mini-invasività
  • La possibilità di conservare i legamenti crociati e pertanto di salvaguardare la stabilitàarticolare
  • Una ridotta perdita ematica durante l’intervento operatorio
  • Una conservazione del bone stock, fattore molto importante soprattutto in previsione diulteriori interventi
  • Il mantenimento di una buona propriocettività a livello articolare grazie alla già citataconservazione di entrambi i legamenti crociati
  • Un minor dolore post-operatorio rispetto all’impianto di una protesi totale
  • Un costo sanitario ridotto sempre in rapporto all’impianto di una protesi totale
  • Un follow up praticamente sovrapponibile a quello riscontrabile con la protesi totalePer ciò che concerne invece gli svantaggi connessi all’impianto di una protesi monocompartimentale possiamo schematicamente ricordare:

Da un punto di vista cinematico la PM si avvicina molto di più, di quanto non sia riscontrabile in una protesi totale, alla cinematica osservabile in un ginocchio sano non protesizzato, questo fondamentalmente grazie al fatto che entrambi i legamenti crociati vengono conservati. L’impianto di una PM consente quindi una totale flessione del ginocchio, altrimenti difficile con l’impianto di una protesi totale, garantendo in tal modo un fisiologico meccanismo di roll back. Soprattutto i moderni impianti di navigazione computerizzata hanno permesso di verificare come la cinematica di un ginocchio che abbia subito l’impianto di una PM sia veramente molto simile a quella di un ginocchio non protesizzato, con minime variazione sui gradi di estrema flessione e nell’ambito dei meccanismi di rotazione. La PM ha una percentuale di sopravvivenza di circa il 90% ad un follow up medio di dieci anni (Mariani e coll., 2007; O’Donnell e coll., 2010; Pearse e coll., 2010; Chou e coll., 2011; Lisowski e coll., 2011; Pandit e coll., 2011) e l’eventuale ritorno ad un’attività sportiva è programmabile dopo circa 6 mesi dall’impianto protesico. La prima legittima domanda che possiamo porci è: l’impianto di una PM rappresenta una sorta di “intervento ponte”? In altre parole, l’impianto di una PM è solo il preludio temporaneo all’impianto di una protesi totale? La risposta è verosimilmente negativa, a patto che il paziente rispetti una perfetta compliance post-operatoria e che , ovviamente, vi sia stata in tal senso una corretta indicazione. Se queste indicazioni vengono rispettate non vi è dubbio che l’impianto di una PM divenga un intervento che rappresenta una valida risposta al problema artosico del paziente sul lungo periodo. Per cui il concetto che prevede l’impianto di un PM al solo scopo di correggere la deformità articolare e diminuire il dolore, rappresenta ormai un concetto superato in favore dell’assunto che vede l’impianto di una PM come una valida strategia per poter permette al paziente la ripresa di un attività sportiva che deve comunque attenersi a indicazioni e limitazioni ben precise. I rischi sono una precoce usura del polietilene e una precoce mobilità delle componenti protesiche, oltre alla possibilità d’incorrere in tutti i fattori di ordine traumatico connessi alla pratica di un’attività sportiva soprattutto se quest’ultima rientra nelle attività sportive di “contatto”, che come peraltro vedremo più avanti rimangono sconsigliate per il paziente protesizzato. Anche nell’ambito dell’artrosi femoro rotulea, un protesi monocompartimentale di tipo “Hemi CAP”, che copre la sola zona trocleare, -che peraltro è l’area maggiormente responsabile della sintomatologia algica lamentata dal paziente (Lelli, 2011) – rappresenta una valida soluzione chirurgica.(Becher e coll., 2008; Maduekwe e coll., 2010)

Affrontiamo ora la problematica inerente l’impianto di una protesi totale. La protesizzazione totale (PT) è indubbiamente un tipo d’intervento molto diverso rispetto all’impianto di una PM (Long e Scudieri, 2008). In effetti una PT rappresenta di per sé un intervento definitivo che deve rispettare molteplici indicazioni (Gadeyne e coll., 2008;: Laskin, 2008; Patil e coll., 2010) tra le quali possiamo ricordare:

  • La presenza di un artrosi primitiva tricompartimentale.
  • Esiti fallimentari di precedenti interventi, trapianti meniscali, meniscectomie, osteotomie
  • ecc…ma anche in seguito a fallimento d’impianto di PM.
  • Il fatto che paziente lamenti una forte sintomatologia dolorosa, contestuale ad un’importante limitazione funzionale ed instabilità articolare.

Purtroppo dobbiamo ricordare come una PT di ginocchio lasci talvolta delle importanti sequele sul paziente sia di tipo algico, che funzionale (Bergschmidt e coll., 2008; Lelli, 2011) . Esistono moltissimi tipi di PT: a menischi mobili, a menischi fissi, a conservazione oppure senza conservazione del LCP, vincolate o non vincolate, ultracongruenti… questo solamente per citarne alcune. Al di là di questo, l’aspetto che riveste probabilmente l’importanza maggiore è rappresentato da una corretta ed obiettiva valutazione della richiesta funzionale del paziente basata sulla sua attività lavorativa e sulle sue aspettative funzionali, ivi comprese quelle di tipo sportivo- ricreativo. Occorre quindi analizzare accuratamente il tipo e la quantità della richiesta funzionale alla quale l’articolazione del ginocchio verrà sottoposta, senza omettere alcuni dettagli tecnici di estrema importanza come ad esempio l’angolo di flessione maggiormente ricorrente durante la vita lavorativa a cui l’impianto protesico verrà sottoposto. Le problematiche che potremmo definire come “storiche” riguardanti l’impianto di una PT sono sostanzialmente riconducibili ai seguenti punti:

  • La fissazione
  • Lo scarso risparmio osseo
  • La mancanza del concetto di “modularità” delle protesi del passato

Per cui il successo nell’impianto dell’artroprotesi di ginocchio dipende sostanzialmente da una corretta selezione del paziente, dal design dell’impianto scelto ed ovviamente dalla tecnica chirurgica appropriata. Su quest’ultimo punto non a caso a mo’ di battuta, ma forse poi nemmeno tanto, possiamo dire che “in chirurgia la variabile più importante è rappresentata dal chirurgo stesso..”. Inoltre, non si può prescindere da una corretta informazione del paziente. La tecnica chirurgica protesica si è molto evoluta negli ultimi anni, soprattutto per ciò che riguarda lo strumentario e le curve di apprendimento, senza dimenticare l’importante apporto rappresentato dalle tecniche di navigazione. Alcuni tipi di protesi ad esempio hanno aumentato l’inclinazione della flangia anteriore in modo tale da consentire una maggiore flessione del ginocchio, altre hanno modificato il design del condilo posteriore, altre ancora presentano un asimmetria dei condili posteriori, oppure hanno modificato l’assetto della gola trocleare allo scopo di migliorare il traking femoro-rotuleo, infine alcuni tipi di protesi sono equipaggiate con uno strumentario che in sede operatoria permette la variazione sia dell’intra che dell’extra rotazione consentendo in tal modo una maggior precisione dell’impianto in rapporto alla linea epicondilare. Un’altra interessante innovazione tecnica nel campo della protesica del ginocchio è rappresentata dalle protesi a piattaforma rotante che ottimizzano il contatto delle parti protesiche durante i movimenti di rotazione e che mantengono la conformità necessaria a mantenere un contatto ottimale sino a 150° di flessione attiva.

Ma il futuro della protesizzazione prevede anche l’attuazione di una protesi costruita specificatamente sulle caratteristiche anatomiche del paziente. Una casa costruttrice Americana, la ConforMis con sede a Burlington, ha infatti iniziato ad utilizzare una particolare tecnologia in grado di trasformare le immagini acquisite con scansioni TC od RM in un modello computerizzato tridimensionale su cui si baserà la creazione della protesi. E’ importante ricordare come l’impianto di PT su di un ginocchio valgo presenti un’indubbia maggior complessità rispetto alla protesizzazione di un ginocchio varo o normoallineato (Martucci e coll., 2011). In effetti il ginocchio valgo presenta delle importanti differenze sia dal punto di vista clinico, che da quello anatomo-funzionale. Infatti, mentre la deformità anatomica del ginocchio varo origina prevalentemente a livello dell’emipiatto tibiale mediale – che presenta appunto un’inclinazione in varo, mentre la superficie articolare a livello femorale presenta un valgo normalmente compreso tra i 5 ed i 9° – la deformità anatomica del ginocchio valgo è prevalentemente di tipo femorale. In quest’ultimo caso infatti la superficie tibiale presenta un allineamento neutro od al massimo compreso tra i 2 ed i 3° di varismo, mentre la superficie femorale mostra un importante deformazione in valgo legata all’ipoplasia del condilo laterale. Il peggioramento della deformità in valgo causa l’indebolimento progressivo del compartimento capsulo-legamentoso mediale, oltre a ciò non è infrequente il verificarsi di erosioni a livello della parte centrale dell’emipiatto piatto tibiale laterale da parte dell’omonimo condilo femorale, meccanismo che causa un difetto osseo di tipo “contenuto” essendo risparmiate le zone periferiche dell’emipiatto tibiale (Martucci e coll., 2011).

Lo sport nel paziente protesizzato

E’ orami universalmente noto il gran numero di benefici, in senso salutistico generale, che sono connessi alla pratica costante di un’attività sportiva, tanto che in questa sede non valga la pena di riesaminarli, per cui anche nel paziente protesizzato la ripresa di un’attività sportiva e /o ricreativa costituisce sempre un non trascurabile valore aggiunto. Tuttavia, non possiamo ignorare i rischi connessi alla ripresa di un’attività sportiva dopo aver subito un impianto protesico , che schematicamente possono essere ricondotti a:

  • Il rischio di incorrere in instabilità articolare
  • Lo scollamento protesico
  • L’usura della componente protesica

In funzione di questo esistono tre possibili categorie di attività sportive per i pazienti protesizzati che intendano riavvicinarsi allo sport:

  • Le attività sportive raccomandate
  • Le attività sportive raccomandate solo ai soggetti già esperti in queste ultime
  • Le attività sportive sconsigliate

Le attività sportive raccomandate

In questa categoria, sia per la PT che per la PM (ed in special modo per quest’ultima) ritroviamo:

  • La bicicletta
  • Il nuoto
  • Il ballo da sala
  • Tiro con l’arco, tiro al piattello, tiro a volo.
  • Il walking
  • Il golf, anche se a questo proposito dobbiamo ricordare che il golf, sport apparentemente privo d’importanti sollecitazioni funzionali a livello degli arti inferiori, comporta per un soggetto destrorso un’ingente sforzo di tipo torsionale a livello dell’articolazione del ginocchio sinistro determinato da un problema di “duplice rotazione” che avviene sia nel momento della fase ascendente della mazza, che nella fase di impatto con la pallina.Le attività sportive raccomandate solo ai soggetti già espertiIn questa categoria ritroviamo tutti quegli sport raccomandabili / consentibili solamente a soggetti che abbiano già avuto modo di accumulare precedentemente una buona pratica delle attività stesse e che siano quindi classificabili come “esperti” nella pratica di queste ultime. In quest’ambito ritroviamo:
    Attività aerobiche a basso impatto
  • Ciclismo (che in questo caso si differenzia dalla pratica della semplice “bicicletta “ poc’anzimenzionata)
  • Bowling
  • Canottaggio
  • Trekking (avendo cura di limitare il più possibile i percorsi in discesa, cosa certamente nonfacilmente attuabile)
  • Equitazione (avendo cura di mantenere una “staffatura lunga “)
  • Sci di fondo2
  • Scherma
  • Tai Chi Chuan2 Alcuni studi biomeccanica hanno dimostrato come nello sci da fondo il carico compressivo a livello della protesi sia circa 4.7 BW a fronte di un carico compressivo sulle componenti protesiche eguale a circa 9.7 BW nello sci di discesa.

Le attività sportive sconsigliate

In quest’ultima categoria ritroviamo sostanzialmente tutti gli sport ad alto impatto e/o “di contrasto” che possono danneggiare le componenti protesiche compromettendone la funzionalità, ricordiamo brevemente tra queste:

  • Calcio
  • Rugby
  • Basket
  • Pallavolo
  • Alpinismo
  • Lotta
  • Judo
  • Corsa
  • Aerobica ad alto impatto

Possiamo concludere che in linea generale lo sport non è sbarrativamente precluso al soggetto portatore di protesi di ginocchio (sia totale ma ancor più monocompartimentale) ma è tuttavia innegabile che una protesizzazione consenta solamente la pratica di alcune e ben determinate attività sportive. Per questa ragione, non solo il paziente deve necessariamente essere correttamente consigliato ed indirizzato, ma si rivela di ancor maggior importanza che egli agisca “cum granum salis” e tenti di riprendere l’attività sportiva solamente dopo aver affrontato un corretto percorso riabilitativo ed un altrettanto cauto e progressivo percorso di riavvicinamento alla pratica sportiva stessa.

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